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30 set 2018

Perchè mi capitano tutti Narcisisti


Fonte: https://narcissisticbehavior.net/why-did-my-narcissist-choose-me/
Autrice:Christine Louis de Canonville, 
Psicoterapeuta con oltre 25 anni esperienza clinica in disturbi mentali e Disturbo Post Traumatico da Stress nelle vittime di narcisismo patologico. Opere: The 3 Faces of Evil – Unmasking The Full Spectrum of Narcissistic Abuse (Ed. Black Card Books) e When shame begets shame: how narcissists hurt and shame their victims, disponibile su https://gumroad.com/l/OocSF


E’ altamente improbabile che un narcisista vi abbia scelto a caso, al contrario, è probabile che vi abbia scelto con grandissima cura e attenzione per una ragione specifica. Potete essere stati scelte perché era attratto dal vostro aspetto, intelletto, delle vostre conoscenze (giri che frequentavate), status, ricchezza, popolarità, ecc.
A prescindere di cosa abbia attirato un narcisista, la maggior parte delle vittime tende ad avere un tratto in comune: la loro natura empatica e premurosa.
È importante ricordare alle vittime che non sono scelte casualmente e che un narcisista sa esattamente il tipo di persona che vuole intrappolare.
I NARCISISTI SONO ATTRATTI DAGLI “EMPATICI” COME UNA FALENA DALLA LUCE
Un empatico è un individuo molto intuitivo, che si allinea automaticamente e inconsciamente agli stati d’animo, ai desideri, ai pensieri e alle volontà delle persone che lo circondano e poi, rapidamente, assume come sue le loro emozioni. Gli empatici possono essere divisi in due gruppi:
a) i “solitari”, che tendono a scegliere di separarsi dagli altri, bloccando il dolore che percepiscono dal loro ambiente esterno (cioè emozioni dolorose e energia fisica negativa, stanchezza cronica, ecc.):
b) i “pacificatori”, tendenzialmente umili, tranquilli e che non hanno bisogno o voglia di essere al centro dell’attenzione. Sono persone che cercano il lato buono negli altri e ne accettano le mancanze in modo compassionevole.
Apprezzano l’armonia, quindi, per motivi di pace tendono a lasciare il posto a coloro che sono più aggressivi e conflittuali. Hanno un’avanzata empatia, di modo che sono pronti ad avvertire i sottili cambiamenti di umore negli altri e a reagire rapidamente a tali sentimenti con un cuore aperto.
Sono pronti a riconoscere le necessità degli altri, ma stentano a riconoscere i propri bisogni.
Le cose devono davvero precipitare prima che esplodano e, quando ciò accade, si sentono in colpa e provano vergogna per aver perso il controllo.
Odiano l’ingiustizia e la crudeltà, e spesso lotteranno per i diritti degli altri anche se, sfortunatamente, sono lenti a combattere per i propri. Pertanto, ecco perché un narcisista è attratto da un empatico come una falena verso la luce.
Sanno che l’empatico estenderà la comprensione compassionevole al loro comportamento ridicolo molto più a lungo di chiunque altro.
Quando l’empatico inizia a capire cosa sta succedendo nella relazione, è troppo tardi. Molto probabilmente sarà stato completamente risucchiato dal/la narcisista, e il danno devastante sarà già stato fatto.
I narcisisti desiderano sempre un’attenzione e un amore eccessivi dalle loro vittime, e gli empatici sono disposti a dare quell’amore, non solo con grazia, ma incondizionatamente. Gli empatici non sono esigenti, non hanno bisogno di essere sotto i riflettori, sono umili e felici di permettere al narcisista di avere tutta l’attenzione. Sono onesti e aperti e non immaginerebbero mai che qualcuno possa deliberatamente manipolare per ottenere un personale tornaconto.
Sono molto leali, devoti e altruisti nelle loro relazioni. Inoltre,combatteranno con le unghie e con i denti per far risorgere una relazione morente, E IL NARCISISTA SA CHE È COSÌ.
Sono i “salvatori e i guaritori” della relazione, mentre il narcisista ostenta il piacere sadico di manipolare ogni rapporto per raggiungere i propri fini. Da grande attori sanno come aggirare le vittime e mungere tutta la gentilezza umana di cui un empatico è capace.
Un narcisista è capace di convincervi di essere la vostra anima gemella. Ciò è particolarmente vero durante la fase di idealizzazione, quando rispecchiano i vostri valori e credenze.
L’intenzione è di farvi pensare che avete incontrato una persona esattamente come voi, qualcuno che pensa come voi, qualcuno sensibile come voi, qualcuno a cui non dovete spiegare nulla. Sfortunatamente, niente di tutto ciò è vero. È solo fumo e gioco di specchi, una grande bufala, un’elaborata illusione che vi porta all’innamoramento, con tanto di linea, gancio e esca.
La cosa triste è che siete stati sedotti, manipolati e portati ad innamorarsi di qualcuno che non è mai esistito e le ferite di questa esperienza arrivano molto in profondità. Non appena il narcisista sceglie la loro vittima, si forma un’alleanza in cui entrambi entrano in una danza simbiotica di co-dipendenza. In questa partnership uno dei partner (la vittima) è il consumato “donatore”, mentre l’altro partner (il narcisista) è l’avido “acquirente”.
Il narcisista assume il ruolo di burattinaio, mentre la vittima assume il ruolo di burattino. Per tutto il tempo le corde della vittima saranno tirate in modo tale che il narcisista diventerà il centro del suo mondo. Senza nemmeno immaginarlo, la vittima è stata cementata nel ruolo che il narcisista ha creato per lei, quello di “nutrimento narcisistico”. Il suo unico scopo sarà quello di servire il narcisista e di rimanere sotto il suo controllo patologico.
Durante la fase di idealizzazione, la vittima subirà un bombardamento amoroso e poco a poco si isolerà da tutto e da tutti (cioè familiari, amici, colleghi di lavoro, hobby, ecc.).
Una volta stabilito questo, il narcisista inizierà la fase di svalutazione con la conseguente terrificante guerra psicologica progettata per distruggere l’anima della vittima, risucchiare da lei ogni segno di vitalità e subito dopo scartarla.

Trad. C. Lemis Dias
fonte italiana
https://artedisalvarsi.wordpress.com/


25 mar 2017

Psicoterapia Cognitivo Interpersonale

Art. da Art. estratto da
Idee In Psicoterapia
Vol.1 N.1, Alpes Ed., 2008

La Psicoterapia Cognitivo Interpersonale rappresenta un approccio integrato, laddove al cognitivismo costruttivista sistemico-processuale si associa, in particolare per quanto riguarda l’esigenza clinica di trattare i pazienti con problemi relazionali, l’apporto di Lorna Smith Benjamin, relativamente alle modalità di formulazione del caso ed, altresì, relativamente ad aspetti dell’intervento terapeutico, cosiddetto “ricostruttivo”.
A livello teorico, l’approccio si colloca entro la prospettiva epistemologica postrazionalista, approfondendone gli aspetti relativi alla dimensione – che potremmo dire “ermeneutica” – del rapporto con l’Altro nella costruzione del significato. Proprio per questa ragione, per il valore dato alla relazione e al ruolo che essa ricopre per la formazione della personalità, oltre che per l’integrazione con la teoria di Benjamin, l’approccio esubera i limiti di una valutazione esclusivamente relativa alla coerenza interna e alla complessità della mente intesa come sistema di significati, per concentrarsi, maggiormente, sulla linea di confine tra Sé e l’Altro che costituisce, nella proposta Cognitivo Interpersonale, il luogo stesso di costituzione della vita psichica. A livello clinico, la capacità di regolare la relazione terapeutica al fine di comprendere la persona e favorirne il cambiamento è il requisito di base richiesto al terapeuta che intende seguire tale approccio.
Consideriamo, infatti, le modalità di regolazione della relazione in termini di costruzione e funzionamento della personalità, avvalendoci delle conoscenze acquisite in campo cognitivista sul rapporto che intercorre fra storia di sviluppo, stili di attaccamento, funzionamento psichico normale e patologico. La convinzione sulla natura interpersonale della mente umana, rappresenta, dunque, un’indicazione fondamentale per la comprensione della persona nonché per la strutturazione del processo psicoterapeutico, oltre a una ragione per cui, a livello teorico, ci si interessa di quel punto di contatto fra neuroscienze e psicologia che è la coscienza, istanza psichica processuale che si evolve nella relazione e rende l’essere umano diverso da ogni specie animale.

Le origini del modello Cognitivo Interpersonale
Il nostro modello si colloca nel solco del percorso che la Scienza Cognitiva, approccio multidisciplinare allo studio della mente, sta tracciando nel suo incedere.
Partendo dal Cognitivismo, inteso quale movimento scientifico e filosofico, ove si ritengono centrali, nello studio della mente umana, i processi cognitivi, ovvero i processi attraverso i quali le informazioni sensoriali e motorie vengono elaborate, divenendo strutture di significato, cioè pensieri, sentimenti, emozioni, scopi, valori e altri elementi del nostro mondo mentale (Neisser, 1967, 1976), il
 modello Cognitivo Interpersonale adotta una visione della mente che sottolinea gli aspetti soggettivi che intervengono nella costruzione dei significati (cfr. Kelly, Guidano). In senso Cognitivo Interpersonale, misura di sanità mentale non sono l’aderenza e l’adattamento soddisfacente alla realtà tramite la razionalità del pensare, ma la coerenza, l’unicità e la continuità del proprio essere nel mondo e dei propri significati, da cui derivano equilibrio e serenità: la metafora dell’uomo come scienziato consente di immaginare nel costrutto l’elemento attivamente predisposto per produrre previsioni e valutare l’andamento della propria esperienzain relazione agli altri. Questa metafora di tipo popperiano, portata nella psicologia da Michael Mahoney (1980), può essere utile anche per descrivere i cambiamenti che occorrono nei “costrutti” su di sé e sul mondo durante la psicoterapia, luogo in cui il cambiamento si esprime, in stretta analogia a quanto accade per le rivoluzioni scientifiche secondo Kuhn.

Un approccio post-razionalista
In un ottica costruttivista, come presentata da Gidano e Liotti (1983) la conoscenza viene considerata, in primo luogo, come il frutto dell’evoluzione biologica, da studiare secondo una prospettiva evoluzionista. In secondo luogo essa viene compresa come il prodotto di un processo dinamico, basato su modelli gerarchizzati, risultanti dall’azione delle strutture conoscitive che plasmano l’esperienza della realtà. Infine, il suo principio regolatore è individuato nella ricerca costante di coerenza, tale che, nel momento in cui l’aumento dell’informazione costruisce discrepanze nei vari modelli del reale, nuove strutture di gerarchizzazione dei modelli vengono costruite. La componente inconscia della conoscenza, emotiva e sensomotoria, regola, poi, la vita affettiva e immaginativa, fornendo le basi per il senso di unicità e continuità, mentre la componente consapevole permette l’esperienza e il senso dell’identità personale. La concettualizzazione del “sé” emerge come entità dinamica nel processo di ordinamento delle strutture di significato; la sofferenza soggettiva può allora essere riconducibile a esperienze emotivo-immaginative generate da processi inconsci di conoscenza non integrabili nella conoscenza consapevole del sé. Un sistema non integrato può adottare procedure patogene di riduzione della sua complessità, al fine proprio di gestire la mancata integrazione, peggiorando, tuttavia, la sua situazione e dando luogo al comportamento patologico. Le scene escluse dall’elaborazione potrebbero dunque essere, di conseguenza, proprio quelle più idonee ad apportare una modificazione funzionale nei modelli interni. La psicoterapia ne favorisce il recupero, all’interno di un’esperienza che può “riavviare” un aumento della complessità e della flessibilità del sistema di significati (Bowbly, 1988), garanzia di maggiore sanità e benessere.
Si tratta di un cambiamento importante rispetto alla teoria standard, che comporta il ricorso a una diversa epistemologia, ispirata alle teorie di
 Humberto Maturana e Francisco Varela (1980), laddove vengono esplorate le analogie fra le capacità di auto-organizzazione di un sistema vivente e della conoscenza umana (Guidano, 1987), arrivando a un approccio cosiddetto “post-razionalista” (Guidano, 1991).
Secondo la prospettiva post-razionalista, la tecnica psicoterapeutica non può che derivare dalla riflessione epistemologica e, a riguardo, Guidano assume che ognuno viva in una realtà personale squisitamente soggettiva, ordinata in modo univoco e necessario dalle proprie strutture di significato in un processo rigidamente autoreferenziale: perdendosi il riferimento ad una realtà esterna conoscibile e interpretabile secondo categorie oggettive, il buon funzionamento della mente umana rimane conseguenza delle strategie e delle modalità strutturali e organizzative del sistema che dipendono a loro volta dalla necessità di garantire una coerenza interna, un equilibrio omeostatico, dei processi di autoregolazione del sistema stesso. Responsabile di tale coerenza è il “Me”, struttura psichica distinta dall’”Io”, che ha il compito di modulare l’esperienza immediata di sé, mentre il Me gestisce le perturbazioni del sistema provocate dall’esperienza immediata e mantiene stabili le strutture di significato che permettono la decodifica dell’esperienza. Gli elementi costitutivi della struttura mentale sono i significati personali che, strutturandosi in percorsi stabili e coerenti di attività cognitiva, emotiva e comportamentale, danno luogo ad “Organizzazioni di Significato Personale”, cioè modi soggettivi di vedere se stessi e il mondo e di interpretare l’esperienza. La storia relazionale e affettiva dell’individuo è lo spazio in cui si articolano e si accrescono tali Organizzazioni di Significato Personale; di conseguenza viene sottolineato il ruolo del comportamento di attaccamento (Bowlby, 1969; 1973; 1980) nella loro genesi.
La coerenza della struttura di significato è conseguente alla sua articolazione e integrazione interna e ciò che differenzia la normalità dalla psicopatologia è, allora, la maniera con cui questa coerenza si declina nelle diverse condizioni di salute mentale: in modo articolato e integrato nei soggetti normali, in modo poco articolato, ma ancora integrato, nei disturbi della cosiddetta area nevrotica, e in modo scarsamente articolato e integrato o, raramente, eccessivamente integrato, nelle condizioni psicotiche.

Processi interpersonali e strutture intrapsichiche
La Teoria Cognitivo Interpersonale prevede che le esperienze relazionali dei primi anni di vita costituiscano la base su cui poggiano non solo importanti relazioni che si svilupperanno in seguito, ma anche i vissuti soggettivi secondo i quali l’individuo da senso al proprio modo di essere. In quest’ottica, il pensiero di Lorna Benjamin, per cui gli schemi di funzionamento dell’individuo hanno una forte connotazione interpersonale, ben si accorda con il pensiero di Bowlby e, soprattutto, con una concezione radicalmente costruttivista del cognitivismo. La Benjamin ci offre un modello teorico e clinico cui guardare in special modo nella terapia del paziente grave, laddove ella giunge ad affermare la possibilità di mettere in relazione diretta i processi relazionali interpersonali alle strutture intrapsichiche.
La psicopatologia (ed in particolare la psicopatologia della personalità) sarebbe il risultato di esperienze ripetute in contesti relazionali frustranti e spiacevoli in cui non sarebbe permessa l’integrazione del controllo e della libertà, dei confini e dell’autonomia.
Al contrario, esperienze positive e accoglienti, in condizioni di stabilità e previdibilità consentirebbero alla persona di svilupparsi in modo sano, costruendo una personalità adattata e sicura all’interno di una realtà controllabile e gestibile.
Queste esperienze positive interiorizzate rappresentano le
 IPIR (Important Persons and their Internalized Representations, Persone Importanti e le loro Rappresentazioni Interiorizzate), laddove Bowlby indicava i Modelli Operativi Interni (MOI). Analogamente, Horowitz (1991), afferma l’esistenza di schemipersona capaci di riassumere le esperienze interpersonali del passato e configurarsi come strutture di significato, organizzate gerarchicamente a partire da moduli di conoscenza di sé e dell’altro, fino ad arrivare a schemi di relazione (Modelli di Relazione di Ruolo – RRM – Role Relationship Models). Si tratta, anche in questo caso, come per le IPIR, di schemi o modelli che attengono all’intrapsichico, ma che trovano nella relazione interpersonale il loro campo di operatività osservabile.
Nel contesto dei disturbi di personalità e dei problemi relazionali e affettivi, principali campi di studio della Benjamin, la persona assume un comportamento interpersonale disfunzionale non perché vuole interagire con le persone che ha di fronte in un dato momento e non sa come farlo, ma perché mette in atto uno o più “processi di copia”, cioè comportamenti che avevano avuto luogo all’interno di una relazione di attaccamento problematica interiorizzata dall’individuo, al fine di riavvicinarsi alla figura di attaccamento e di ottenere da questa un amore incontaminato.
Di conseguenza, la terapia mira a rendere il soggetto consapevole del fatto che è guidato da tali processi e a liberarsene apprendendo nuovi modi, più funzionali, di relazionarsi a sé e agli altri.

La Teoria dell’Attaccamento e i Sistemi Motivazionali Interpersonali
L’integrazione del modello cognitivo con quello interpersonale avviene alla luce della teoria dell’attaccamento intesa quale “meta modello”, che consente di fondare una visione dell’individuo, in condizioni di benessere o in uno stato di sofferenza, che conferisce un peso similare sia alle modalità emotive e cognitive attraverso cui seleziona informazioni dall’ambiente, inserendole entro le strutture di significato personale che attivamente costruisce, sia ai processi relazionali che hanno luogo durante l’intera storia di sviluppo, entro le quali gli stessi processi emotivi e cognitivi si sono andati formando. Lo sviluppo dell’individuo può esser letto, infatti, come un’istanza processuale, come un percorso fatto di stati di equilibrio successivi in ordine di complessità, che ha origine nelle esperienze relazionali che hanno luogo sin dal momento della nascita. I modelli operativi stabili e coerenti tendono a stabilizzare uno stato mentale e gli eventi esterni e i processi di controllo interni possono produrre un cambiamento, una perturbazione degli schemi. I processi della percezione, della pianificazione e della formazione nonché dei cambiamenti degli schemi permanenti per adattarsi a modelli operativi ricorrenti, sono processi inconsci. Il gap tra i modelli operativi attivati nelle situazioni e gli schemi permanenti, può produrre stati d’animo e comportamenti disturbati. La persona che consapevolmente prova quello stato d’animo può non capire a livello cosciente come e perchè questo si è presentato (Horowitz, 1991). Scopo di molte psicoterapie è proprio il riconoscimento consapevole delle funzioni degli schemi-persona di solito inconsce. Gli schemi-persona, le IPIR, i MOI, così come le organizzazioni di significato personale, definiscono una “stabilità instabile” che attiva il circolo permanente di interazione reciproca tra le esperienze immediate e i significati su di esse costruiti. La teoria dell’attaccamento, intesa in senso lato come una teoria della natura interpersonale dell’esistenza umana, si può porre, dunque, come base concettuale comune sia del modello Cognitivo che di quello Interpersonale.

La valutazione del funzionamento del sistema mentale dell’individuo
La valutazione dello stato del funzionamento mentale di un paziente avviene indagando una serie di aspetti. In primo luogo, le rappresentazioni che il soggetto ha di se stesso, degli altri e del mondo, gli schemi di significato che li hanno generati e che orientano i processi cognitivi e gli stati mentali che nel panorama mentale costituiscono la maggior fonte di sofferenza. Vengono indagate, poi, le funzioni della coscienza e il loro stato di funzionamento, con le annesse capacità del soggetto di analisi e comprensione dei suoi stessi contenuti mentali e di intervento su di essi. Si prendono quindi in esame le relazioni interpersonali del soggetto, prestando particolare attenzione ai cicli interpersonali prevalenti e ai “test” con cui il paziente sollecita e mette alla prova la relazione col terapeuta [Perris C. (1994, 1996); Semerari A. (1999); Safran J. D. - Segal Z. (1993); Weiss J. - Sampson H. (1986); Weiss J. (1993)]. Sia nella fase di assestment che nella psicoterapia, viene utilizzato,caratteristicamente, nel contesto Cognitivo Interpesonale, lo strumento concettualizzato da Lorna Benjamin, ovvero l’Analisi Strutturale del Comportamento Interpersonale (Benjamin, 1974), che beneficia di oltre 25 anni di studi di validazione, è completamente ateoretico, ed è pensato per aiutare il clinico nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi di personalità.
La valutazione clinica considera, in particolare, la storia di attaccamento, laddove si considera che traumi, anomalie e sofferenze di varia natura possono essere responsabili di danni alla funzionalità della coscienza, alla strutturazione del Sé e alla capacità di stare in relazione. Relazioni precoci di attaccamento con caratteristiche patologiche possono comportare, inoltre, deficit nella capacità di monitorare i propri processi mentali, e quindi nella consapevolezza dei propri pensieri, delle proprie emozioni, dei propri scopi e bisogni, con conseguenti stati di vuoto.
Vengono indagate la Teoria della Mente del soggetto, ovvero la sua capacità di comprensione dello stato emotivo altrui e di rappresentazione del proprio mondo interiore, nonché le capacità associative, eventuali difficoltà di integrazione sincroniche, con possibili fenomeni dissociativi e stati di incertezza e confusione, e diacroniche, con possibili fenomeni di sfrangiamento, frammentazione e perdita della trama narrativa degli eventi vissuti e della propria storia. Compromissioni importanti sono tipiche dei disturbi mentali gravi (psicosi e disturbi di personalità), laddove nella pratica clinica è facile osservare come il paziente non riesca a sintonizzarsi con gli altri e come queste disarmonie relazionali siano correlate a specifici deficit dei processi metacognitivi (Perris, 1989; 1994; Semerari, 1999).

L’intervento psicoterapeutico Cognitivo Interpersonale
Lo svolgimento dell’iter di psicoterapia, così come viene intesa dal modello Cognitivo Interpersonale, prevede, anzitutto, la costruzione di un clima collaborativo col paziente, laddove egli è visto come il principale esperto di se stesso e dei suoi disturbi, mentre il terapeuta è il principale esperto delle strategie e delle tecniche per risolverli.
Seguendo i concetti di Guidano, il processo terapeutico è volto, anzitutto, verso una più evoluta articolazione e integrazione dei significati personali, verso una maggiore complessità del sistema. Due dimensioni psicologiche appaiono cruciali in tale prospettiva: la dipendenza/indipendenza dei processi di elaborazione dal campo fenomenico e la prospettiva interna/esterna dalla quale il soggetto esamina il suo funzionamento mentale. La terapia, perciò, è co-costruita dal terapeuta e dal paziente in ogni aspetto: questa costruzione non è valutabile, prevalentemente, in termini di verità, ma solo in quanto capace di recuperare un benessere emotivo o di far elaborare al paziente delle narrazioni della propria esperienza soggettiva più coerenti, articolate e ampie di quelle che egli è in grado di fare. In questo contesto relazionale avviene la scoperta guidata degli stati mentali problematici del paziente e dei meccanismi che li hanno generati e li mantengono, facendo attenzione a regolare sempre l’alleanza terapeutica e il buon funzionamento della coscienza in seduta, cercando di migliorarli ogni volta.
In particolare, considerando la dimensione della regolazione della relazione terapeutica, ci si sofferma su quegli schemi relazionali che impediscono di attribuire un significato soggettivamente corretto all’esperienza; si tiene conto che sia il paziente che il terapeuta interagiscono sulla base dei loro sistemi motivazionali.
Questo fa sì che la terapia sia una collaborazione: la relazione terapeutica è una relazione d’aiuto, che viene realizzata in un momento di vulnerabilità del paziente che ne attiva il sistema dell’attaccamento. Entro tale relazione, dunque, si manifesteranno le strutture cognitive della persona che sono correlate all’attacamento.
Il terapeuta deve riuscire a cogliere i momenti in cui il paziente lo rappresenta come una figura d’attaccamento, al fine di promuovere la realizzazione di esperienze emozionali correttive delle relazioni d’attaccamento abnormi e, in linea con le nuove acquisizioni provenienti da autori quali
 Weiss (1993) e Sampson (Weiss, Sampson, 1986), formarsi all’interazione relazionale sapendo prendere nella giusta considerazione la capacità di rispondere in modo adeguato ai “test di sicurezza” che il paziente gli muove. Tutto ciò, in particolare, nella terapia del paziente grave, laddove la costruzione di momenti di condivisione è tra gli obiettivi primari dell’intervento terapeutico. Solo in un secondo momento del percorso terapeutico, la relazione evolverà verso gradi di maggiore simmetria, in cui il sistema motivazionale interno attivato risulterà essere quello della cooperazione paritetica, fino a che la terapia sarà conclusa con il terapeuta nei panni di un “supervisore” di un paziente che sarà riuscito nel compito di indossare, finalmente, la veste di “terapeuta di se stesso”.

Fonti:

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11 dic 2016

Teoria Cognitiva dei disturbi di personalità

La terapia cognitiva è un approccio psicoterapeutico attivo e centrato sul problema basato sulla comprensione simultanea del ruolo del pensiero,del sentimento e del comportamento nella psicopatologia,Lenzenweger, Clarkin (2006). Per usarla con i disturbi di personalità è necessario modificare la terapia “standard”. L’orientamento filosofico è fenomenologico. Le risposte emozionali e comportamentali agli eventi sono modellate dalle percezioni individuali e dall’interpretazione delle situazioni.
Le manifestazioni psicopatologiche sono il risultato di errori sistematici e di una percezione e interpretazione degli eventi distorta e travisata. Tali fattori cognitivi si manifestano con risposte disfunzionali agli eventi che, a loro volta, possono contribuire a cristallizzare nel tempo gli aspetti disfunzionali della sfera cognitiva.
Sulla base dell’empirismo collaborativo, il terapeuta cognitivo lavora con il paziente per raccogliere informazioni dettagliate riguardanti pensieri, sentimenti e comportamenti specifici che si verificano in situazioni problematiche.
Per pianificare l’intervento sono importanti l’osservazione diretta e gli esperimenti comportamentali al fine di verificare la fondatezza dei pensieri automatici e delle convinzioni disfunzionali e per individuare strategie più adattive.
Il terapeuta per essere efficace deve sia comprendere l’esperienza individuale soggettiva sia percepire accuratamente la realtà oggettiva.
Il termine “elaborazione cognitiva”si riferisce a tutto ciò di cui il paziente non è pienamente consapevole, al di là dei pensieri verbalizzati, è sinonimo di elaborazione dell’informazione.
La terapia cognitiva ha sempre privilegiato l’uso di un linguaggio comune non tecnico e  l’intervento concreto rispetto alla teoria astratta. L’enfasi è sul “qui ed ora”. Questo non vuol dire che il terapeuta cognitivo ignora il passato del paziente, se questo contribuisce a una maggiore comprensione del caso e della modificazione dei fattori che perpetuano.
La terapia cognitiva è un approccio integrato. Le tre principali correnti di pensiero che hanno dato il loro contributo sono: l’approccio fenomenologico, la psicologia psicodinamica del profondo e la psicologia cognitiva, (Lenzenweger, Clarkin, 2006). La pratica clinica è stata anche fortemente influenzata dalla terapia centrata sul cliente e dagli attuali approcci cognitivi e cognitivo-comportamentali.
La formazione di base e l’orientamento terapeutico di Beck sono stati di tipo psicodinamico. Egli analizzò i pensieri e i sogni dei depressi trovando non una rabbia rivolta contro se stessi, come affermava Freud, ma un’ideazione centrata su tematiche di rovina, perdita e disperazione,(BECK A. T.,1976),. Tentò quindi di modificare i processi cognitivi correggendo le distorsioni cognitive e alleviando così lo stato di depressione.
Negli stessi anni Ellis, (ELLIS A.,1962), elaborò la terapia razionale-emotiva, influenzandosi reciprocamente.
Anche la “rivoluzione cognitiva” della terapia comportamentale influenzò la terapia cognitiva: la teoria dell’apprendimento sociale di Bandura e gli studi di Mahoney sulla mediazione cognitiva dell’apprendimento umano.
Il risultato è un approccio integrato che mette in rilievo l’importanza della comprensione dell’esperienza soggettiva, dell’accurata osservazione della realtà oggettiva e della risposta individuale a essa, e del valutare la discrepanza tra esperienza soggettiva e realtà oggettiva.


Bibliografia

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SANAVIO E., Psicoterapia cognitiva e comportamentale. NIS, Roma, 1991.  

13 gen 2015

Depressione, una visione Cognitivo\comportamentae



Dott Madau Filippo , Pesaro



La depressione fa parte dei disturbi dell'umore, insieme ad altre patologie come la mania e il disturbo bipolare. Essa può assumere la forma di un singolo episodio transitorio (si parlerà quindi di episodio depressivo) oppure di un vero e proprio disturbo (si parlerà quindi di disturbo depressivo). L'episodio o il disturbo depressivo sono a loro volta caratterizzati da una maggiore o minore gravità. Quando i sintomi sono tali da compromettere l'adattamento sociale si parlerà di disturbo depressivo maggiore, in modo da distinguerlo da depressioni minori che non hanno gravi conseguenze e spesso sono normali reazioni ad eventi della vita con risoluzione in tempi brevi.
L'episodio depressivo maggiore è caratterizzato da sintomi che durano almeno due settimane causando una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

Sintomatologia:

-Umore depresso;
-Diminuzione o perdita di interesse(anedonia, apatia);
-Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno;
-Affaticabilità, perdita o mancanza di energia/slancio vitale o prostrazione fisica quasi ogni giorno (astenia);
-Disturbi d'ansia (es. attacchi di panico o preoccupazioni eccessive e persistenti);
-Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno;
-Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso;
-Disturbi psicosomatici;
-Tendenza all'isolamento;
-Ricorrenti pensieri di morte.

I sintomi non son necessariamente tutti presenti, ma per parlare di episodio depressivo maggiore è necessaria la presenza di almeno cinque dei sintomi sopra elencati. Nella maggior parte dei casi però la depressione si configura come disturbo depressivo maggiore, cioè un decorso clinico caratterizzato da più episodi depressivi maggiori; nel 50-60% dei casi, infatti, un episodio depressivo maggiore sarà seguito da un ulteriore episodio depressivo, portando quindi alla formazione di un disturbo depressivo.

-Almeno il 27% della popolazione adulta ha sofferto o soffrirà in futuro di un   episodio di depressione clinica;
-La depressione aumenta il rischio di attacchi cardiaci e spesso costituisce un    fattore di rischio per l’infarto, il diabete e il tumore;
-La depressione è la causa principale di incapacitazione;
-I costi associati alla depressione superano i 30 milioni di dollari l’anno.


Le tecniche usate in questo ambito teorico, sono di tipo cognitivo\comportamentale; esse consistono in esperienze di apprendimento molto specifiche volte ad insegnare al paziente le seguenti operazioni:

-Regolare i pensieri negativi, automatici (cognizioni);
-riconoscere le connessioni tra cognizione, affetto e comportamento;
-esaminare le prove a favore e contro il proprio pensiero automatico distorto;
-sostituire queste cognizioni prevenute con interpretazioni più centrate sulla  realtà;
-imparare ad individuare e a modificare le convinzioni disfunzionali che  predispongono a travisare le proprie esperienze.

Si usano varie tecniche verbali per esplorare la logica che sta dietro a cognizioni e presupposti e ne forma la base. Inizialmente viene data al paziente una spiegazione dei fondamenti della T.C. Poi egli impara a riconoscere, regolare e trascrivere i propri pensieri negativi nella “registrazione quotidiana dei pensieri disfunzioni”, per poi verificarne la logica.
Una delle principali caratteristiche di questo tipo di terapia è che il paziente comincia a far proprie molte delle tecniche usate dal terapeuta e il paziente comincia a mettere in discussione le proprie ideazioni. Questo porsi domande svolge un ruolo fondamentale nella generalizzazione delle tecniche cognitive dal colloquio alle situazioni esterne; contrariamente senza questo interrogarsi il paziente rimarrebbe ancorato ai vecchi modelli.
Le tecniche comportamentali sono usate con i pazienti più gravemente depressi non solo per cambiare il loro comportamento ma anche per far emergere le cognizioni connesse con determinati comportamenti.
Un problema importante per il terapeuta riguarda non solo la scelta delle tecniche ma anche il momento adatto per attuarle (il problema sarà trattato nei prossimi capitoli).
Il percorso generalmente consiste di 15-20 sedute a intervallo settimanale.

IL MODELLO COGNITIVO DELLA DEPRESSIONE

Tale modello è nato dall’osservazione clinica sistematica e dalla verifica sperimentale. Si serve di 3 concetti per spiegare il substrato psicologico della depressione:
1.  La triade cognitiva consiste in 3 principali modelli cognitivi che riguardano la visione negativa che il paziente ha di:
·  Se stesso: pz si vede inadeguato a causa dei suoi presunti difetti, si sottovaluta e si critica;
·    Del mondo e delle esperienze attuali;
·    Del futuro: il pz depresso manca di progettualità.
Il modello cognitivo considera gli altri segni e sintomi della sindrome depressiva (paralisi della volontà, desideri di fuga…) conseguenze dell’attivazione dei modelli cognitivi negativi. Anche l’aumento della dipendenza è comprensibile in termini cognitivi in quanto il pz si considera un inetto, tende quindi ad affidarsi ad altri che considera più competenti.
2.  Schemi (organizzazione strutturale del modello cognitivo). “Lo schema è una struttura cognitiva impiegata per selezionare, codificare e valutare gli stimoli che giungono dall’organismo. Sulla base della matrice degli schemi, l’individuo è in grado di orientarsi nel tempo e nello spazio ed è in grado di categorizzare e interpretare le sue esperienze in modo significativo”. Tale concetto è usato per spiegare perché un paziente depresso mantenga i suoi atteggiamenti che provocano sofferenza e senso di sconfitta, nonostante vi siano prove oggettive della presenza di fattori positivi nella sua vita.
Gli schemi sono la base per trasformare i dati in cognizioni e sono usati per classificare e valutare le esperienze. Essi vengono attivati in una data situazione e determinano il modo di reagire della persona. Il paziente depresso perde il controllo volontario sui propri processi di pensiero ed è incapace di fare appello ad altri schemi più appropriati.


Fonts:
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-Beck Aaron T. e al.,1987,TERAPIA COGNITIVA DELLA DEPRESSIONE  Collana Programma di Psic.Psichiat.Psicoter
- Ezio Sanavio, Cesare Cornoldi, Psicologia clinica, pp. 94-97.
- http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_depressivo#cite_note-17

9 gen 2015

Dipendenza da Alcol

Aggiornamento di ricerca clinica

ALCOLISMO

Fattori di rischio per l'alcolismo

Queste due ricerche studiano i fattori di rischio familiare per l'alcolismo
indagando quanto siano mediati dall'ereditarietà o da caratteristiche di
personalità.
Bassa responsività all'alcool e rischio familiare

Schuckit (1998) afferma che una bassa risposta agli effetti dell'alcool,
legata a fattori genetici potrebbe contribuire all'assunzione di eccessive
quantità di alcool, e dunque alla tolleranza e alla dipendenza dallo stesso.
L'autore ha esaminato un campione di 453 giovani uomini, studiando la loro
risposta all'alcool durante varie sfide basate sull'assunzione di alcool, all'età
di 20 anni, 10 anni dopo, e ancora dopo 15 anni. Il campione comprendeva
figli di alcolisti e soggetti del gruppo di controllo senza genitori alcolisti. I
partecipanti sono stati studiati anche in relazione a diverse variabili, quali
variabili demografiche, quantità e frequenza del bere, e abuso di sostanze.
Effettivamente i partecipanti con una storia familiare di alcolismo,
mostravano durante le "gare" una minore responsività all'alcool, intesa sia
come percezione soggettiva dell'intossicazione che come modificazione del
cortisolo rispetto al gruppo di controllo con stessa concentrazione di alcool
nel sangue.
A 10 anni di distanza il 43% dei figli di alcolisti, rispetto al 17% del
gruppo di controllo, aveva manifestato una storia di abuso e dipendenza 214 D. Ceridono, D.Botta, M. Finistauri
dall'alcool. Non c'era alcuna differenza invece sulla percentuale di disturbi
mentali o abusi di altre sostanze. Nel follow-up a 15 anni di distanza condotto
su 127 soggetti, il basso livello di responsività all'alcool rilevato inizialmente
continuava ad essere predittivo per l'abuso dello stesso.

Rischio familiare e disturbi di personalità

Alterman e al. (1998) hanno esaminato la percentuale di disturbi di
personalità (PDs) in tre gruppi di rischio rispetto all'alcolismo.
Specificatamente sono stati studiati 396 soggetti divisi in tre gruppi con
diverso livello di rischio: 1) alto rischio: soggetti con padri biologici, e altri
famigliari con una storia di alcoolismo; 2) medio-rischio: soggetti con solo il
padre biologico alcolista, ma con nessun altro famigliare, e 3) un gruppo a
basso rischio con storie di alcoolismo soltanto in persone al secondo o terzo
grado di parentela. Dai risultati è emerso che il gruppo ad alto rischio
consumava quantità maggiori di alcol rispetto agli altri due e maggiore
probabilità di incontrare i criteri di diagnosi di disturbo di personalità. Il
secondo gruppo, a medio rischio, aveva una percentuale maggiore di PDs del
terzo gruppo, ma i soggetti non assumevano maggiori quantità di alcool. Il
fattore di rischio risultava quindi maggiormente in relazione al consumo di
alcool che ai PDs. Rispetto alle singole diagnosi laddove questa era di
Disturbo Antisociale l'impatto sul consumo di alcool era 4 volte maggiore nei
soggetti del gruppo a basso rischio familiare, rispetto a quelli del gruppo ad
alto rischio familiare.
Questi studi sottolineano l'importanza della familiarità nell'alcoolismo ma
anche l'incidenza di altri fattori di rischio quali la comorbilità con disturbi di
personalità.

Psicologia Psicoterapia e Salute, Vol. 6, No. 2, 213-.243.
A cura di
Davide Ceridono, Daniela Botta,
Mirella Finistauri
IFREP
Alterman, A. I., Bedrick, J., Cacciola, J. S., Rutherford, M., Searles, J. S.,
Cook, T. G, (1998). Personality pathology and drinking in young men at
high and low familiar risk for alcoholism. Journal of Studies on Alcohol,
59, 495-502.
Schuckit, M. A. (1998). Biological, psychological and enviromental
predictors of the alcoholism risk: a longitudinal study. Journal of studies
on Alcohol, 59, 485-494.


I Sogni 

Un approccio multidimensionale



I sogni nell’antichità e oggi


Gli antropologi hanno descritto i sogni secondo una concezione spaziale di viaggi.
Nell’antichità i sogni potevano essere:
-Viaggi lunghi degli dei verso l’uomo (i grandi
sogni di Jung)
-Viaggi dell’uomo verso gli dei (il futuro personale e sociale: Adler e sogni telepatici)
-Viaggi più brevi (aspetti del presente e del passato (Freud))
-Viaggi molto brevi (rilevano le condizioni del corpo)
Nell’antichità i sogni più importanti erano quelli dei
viaggi lunghi e i meno importanti quelli dei viaggi
brevi, la gerarchia di importanza oggi è rovesciata e i sogni
più importanti sono quelli somatici e i meno importanti quelli dei grandi significati (Jung)

L’approccio psicoanalitico


L’approccio psicoanalitico è anche oggi il più conosciuto a livello popolare e meglio divulgato
Tre aspetti sono fondamentali nella psicoanalisi quando si parla di sogni:
¨La interpretazione fondata sulla libera
associazione
¨La formazione dei sogni
¨I’interpretazione dei sogni

La libera associazione

¨Il metodo di lavoro sui sogni nella psicoanalisi è la libera associazione, attraverso il materiale che emerge dalla libera associazione della persona che sogna, lo psicoanalista deriva l’interpretazione. Ha grande importanza l’oggettività dello psicoanalista e la sua abilità ermeneutica.

La formazione del sogno in psicoanalisi

Il sogno si forma sulla base di quattro processi:
¨La condensazione: diverse memorie sono messe insieme in un’unica unità
¨Lo spostamento: i significati profondi sono cambiati nei significati del sogno manifesto
¨La rappresentazione visiva: il contenuto verbale viene tradotto visivamente
¨Revisione secondaria: il contenuto visivo viene coordinato in modo da avere consciamente senso.

Il processo causale
¨ I pensieri latenti, prevalentemente verbali, sono tradotti nel sogno manifesto attraverso i processi di formazione del sogno.
¨Il processo della interpretazione è esattamente opposto a quello dell’analisi della formazione:
dietro il significato manifesto bisogna trovare il significato che è stato spostato,  dietro il visivo spostato bisogna trovare il verbale condensato e dietro il verbale condensato bisogna trovare gli elementi distinti che si sono condensati.


I sogni per i cognitivisti


¨ I cognitivisti non danno molta importanza al lavoro con i sogni; sono interessati a spiegare cosa sono i sogni
¨La focalizzazione dei cognitivisti è sulla memoria e sul linguaggio:
¨Marshal Edelson: ha cercato di dare una spiegazione cognitivista ai sogni psicoanalitici usando i concetti delle strutture profonde di Chomsky. Una delle critiche fatte ad Edelsono è che abbia interpretato liberamente Chomsky. Per proteggere il sonno il verbale viene tradotto in visivo.

Foulkes: non accetta che il sogno rappresenti una struttura profonda. Il sogno poggia sul “dialogo interno”; è una psicolinguistica che finisce le rappresentazioni visive attraverso una
sovrapposizione di sintassi su memorie diffuse.
¨Antrobus: la memoria semantica a lungo termine permette un processo combinatoriale di aspetti e attributi astratti che si sovrappongono.

I sogni per i fisiologi


¨ Per Crick, nobel per il DNA, e Mitchison il sogno è un processo di lavaggio neuronale della memoria semantica per liberarla dagli eccessi di informazione della vita di veglia; il sogno ricordato sarebbe un segnale di insuccesso di tale lavaggio neuronale, pertanto usare il sogno come fonte di informazione per influenzare la propria vita è una procedura che non ha nessun senso
¨Di parere simile sono i fisiologi Hobsone McCarly. L’eccitazione vestibolare causa il sogno ed è un processo casuale.
I sogni per Jung
¨ Per Jung e i Gestaltisti non esiste un processo di rovesciamento dei passi dell’analisi, ma esiste un processo compensatorio di amplificazione: il sogno completa processi di veglia (i piccoli sogni)
¨ I grandi sogni sono espressioni archetipiche della persona che sogna
¨ Non occorre scoprire le strutture profonde, non occorrono interpretazioni ma amplificazioni. Si tratta di scoprire significati rappresentati in modo visivo, artistico, estetico e metaforico per tradurli in parole.
¨ Molti sogni sarebbero compensativi, cioè rappresenterebbero quello che non riceve attenzione e
sfogo nella vita di veglia. Molti sogni avrebbero significati multipli perché i simboli onirici sono espressioni ricche mai completamente traducibili in parole di vissuti personali o anche culturali che si presentano in una forma espressiva diversa da quella verbale, quindi niente è mascherato.
¨Per questo, teorici, incluso Boss, il sogno è una espressione complessa di sé che può essere vissuta, espansa, e tradotta in termini verbali, ma non un verbale che è stato mascherato e che ha
bisogno di essere smascherato (Freud)
Le due visioni dei sogni
¨ Nella spiegazione del fenomeno onirico sono
evidenti due approcci distinti:
¨ a. L’approccio scientifico, che mira alla spiegazione causale (per molti aspetti la psicoanalisi, i cognitivisti)
¨ b. L’approccio che dà importanza al significato(Jung e gli esistenzialisti)
¨Le due visioni hanno le stesse connotazioni dell’approccio scientifico ed ermeneutico nell’ambito della psicologia generale.
I sogni lucidi
¨ I sogni lucidi sono quei sogni nei quali il sognatore ha la sensazione di essere sveglio e di osservare il sogno
¨ Consta sperimentalmente che è possibile intervenire sul sogno inducendo sogni lucidi
¨ L’idea dei sogni lucidi può essere importante per intervenire nelle attività oniriche delle
persone che tendono a creare sogni che riflettono vissuti interiori poco costruttivi
Una tassonomia dei sogni
¨ I sogni si possono categorizzare secondo due dimensioni:
¨ a. L’intensità. Una dimensione verticale che va da bassa intensità emotiva ad una esperienza forte di natura archetipica
¨ b. La complessità di significato. Una dimensione che va dal verbale analitico al simolico e metaforico
La dmensione della complessità
¨ Secondo la complessità si possono distinguere quattro categorie che possono essere viste come un circomplesso:
¨ a. Sogni verbali e analitici
¨ b. Sogni somatici (somatici/titanici)
¨ c. Sogni metaforici (metafora/archetipici, mandala, luce bianca)
¨ d. Sogni di soluzione di problemi e telepatici
Complessità e contenuto
¨Storia (Narrazione, sequenziali)
¨Azione (interpersonali)
¨Osservazione (passività)
¨Setting (spaziali, simultanei)
¨ Telepatici
¨Metonimia
¨Somatici
¨Metaforici

Dott. Madau Filippo

Bibliografia


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